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Summit Congo per la guerra delle miniere

Novembre 7th, 2008. Pubblicato in Think (pink). Nessun commento.

Summit in Congo per una guerra nostra

Se nella Repubblica Democratica del Congo ci fosse una rete di infrastrutture che rendesse la capitale Kinshasa meno estranea al Kivu, 3.000 kilometri più a est, forse il Governo oserebbe inviare rinforzi per spegnere i focolai di guerra che oggi stanno investendo centinaia di migliaia di civili.

Mappa CongoInfatti dall’Agosto del 2008 i diversi gruppi armati presenti nelle Regioni dei Grandi Laghi hanno ricominciato a farsi la guerra, stracciando la pace raggiunta nel 2007 con l’elezione del presidente Joseph Kabila nelle prime consultazioni democratiche del Paese. In Congo le fazioni in lotta sono più o meno le stesse che dal 1998 al 2003 si sfidarono per il controllo di alcune delle miniere più ricche del pianeta. Milizie espatriate dal Rwanda, ovvero gli hutu che perpetrarono il genocidio del 1994, massacrando Tutsi e hutu moderati; i Tutsi di Laurant Nkunda, sostenuti nell’ombra dal governo Rwandese; il Mayi Mayi, esercito di nativi a difesa del territorio congolese; l’Esercito di Resistenza del Signore, truppe ugandesi dedite al saccheggio; per anni, in momenti diversi o in luoghi diversi della regione, questi uomini in armi hanno costretto la popolazione a scavare nelle miniere per estrarre oro, diamanti, e il coltan, una lega superconduttore, necessaria per il funzionamento di microprocessori. Il Coltan era insostitubile per qualsiasi prodotto Hi-Tech: il mondo se l’è ritrovato nella vita di tutti i giorni senza nemmeno sapere che esistesse; oggi si sfruttano anche Cassiterite e Tantalio, altre leghe che venano vaste aree del Congo.

Scrivere questo articolo, leggerlo attraverso un monitor, implica l’utilizzo di un materiale estratto da giovani mani in cunicoli senza alcuna misura di sicurezza; in occasione di una frana, il caporalato della miniera scava di nuovo per raccogliere un cadavere e recuperare il sacco di minerale. La pericolosità delle miniere in Congo è una costante ovunque, sia nelle cave in mano ai ribelli del Kivu, sia in quelle concesse legalmente nel sud, in Katanga, ad esempio, dove le multinazionali straniere, in qualche modo, hanno continuato a prendersi cobalto e rame incuranti della guerra.


Miniera CongoDel rame invece tutti conoscono l’altissima conduttività e il conseguente utilizzo in qualsiasi ambito della vita comune: dalle rotaie alle linee elettriche, dalle grondaie ai processi di stampa, dalle monete alle fibre ottiche. L’Istituto Italiano del Rame spiega che questo minerale sarà indispensabile per le politiche mirate ad abbattere il riscaldamento del pianeta, con l’imporsi dei sistemi che sfruttano l’energia rinnovabile. Per capire la sua incidenza nella nostra economia, solo in Italia esistono circa 33 aziende che si propongono sul mercato della lavorazione del rame; quelle che si occupano del suo recupero sono 69; sono innumerevoli, invece, le imprese che per vari scopi si avvalgono di questo prodotto (censimento Kompassitalia.it). Storicamente, i maggiori importatori di rame congolese sono stati gli europei; ancora oggi i partner principali sono Belgio, Finlandia, Francia, ma si calcola che in pochissimi anni la Cina si è assicurata il 20% della produzione annua. Presto però, Pechino potrà disporre di una fetta ben più appetibile dei giacimenti in Congo, 620.000 milioni di tonnellate; secondo l’ICGS, Gruppo Studi Internazionali del Rame, la richiesta mondiale del 2008 è inferiore a 20.000. Il presidente Laurant Kabila ha firmato un’accordo che concede alla China Railway Group, la Sinohydro Corporation di Pechino e la China Metallurgical Group Corporation, il monopolio delle risorse di rame e altri minerali del Paese in cambio di 5,7 miliardi di Euro destinati alla costruzione di 6.000 chilometri di strade, 3.000 chilometri di ferrovia, dighe, ponti, ospedali, scuole e alla modernizzazione dell’industria mineraria. I cinesi si avvarranno dell’esenzione totale di tasse e imposte sullo sfruttamento e la commercializzazione delle miniere del Paese fino al giorno in cui riavranno indietro tutti i soldi; intanto costruiranno le infrastrutture necessarie affinchè il Congo possa inaugurare una nuova era, dopo un secolo di brutale colonialismo, la tirannia trentennale di Mobutu, e cinque anni di una guerra che ha mietuto 4 milioni di vittime per fame, violenza e malanni come la setticemia.

Quando il Governo, lo scorso aprile riferì in parlamento dell’accordo stipulato con i cinesi, l’opposizione abbandonò l’aula per protesta, giudicando svendute le miniere del Congo; le quali, finora, hanno fruttato ben poco ai congolesi, che vivono con meno di 300 dollari procapite all’anno. A 3.000 chilometri di distanza, invece, per contestare la politica del presidente, i ribelli Tutsi hanno imbracciato di nuovo i fucili con lo scopo dichiarato di impadronirsi del Kivu. Nkunda ha sbaragliato le truppe governative, e ripete che non vuol sentir parlare di miniere del Kivu in mano ai Cinesi, come se fossero di proprietà Rwandese. Intanto a Goma, la capitale della regione, le persone sfuggite alle prime violenze rifiutano i centri di raccolta Onu per via delle condizioni di vita insostenibili, e provano a tornare nelle loro case dove almeno bevono e mangiano. Ban Ki Moon, segretario generale della Nazioni Unite, ha chiesto al Consiglio di Sicurezza l’invio di altre 3.000 unità in supporto delle 17.000 unità della Monuc, la Missione Onu per il Congo; però ha già fatto pervenire i primi aiuti umanitari a Goma: del sapone. David Miliband e Bernard Kuchner, rispettivamente Ministri degli Esteri di Gran Bretagna e Francia, visitando il Paese africano per conto dell’Unione Europea, hanno ravvisato l’emergenza umanitaria, ma non la necessità rinforzare la missione con forze speciali europee. Oggi loro non interverranno al Summit di Nairobi, Kenia, organizzato dai Paesi dei Grandi Laghi, a cui presenzierà lo stesso Ban Ki Moon; lì si incontreranno Kabila e Robert Kagame, presidente del Rwanda dal 1995. Al Summit di Nairobi si segnerà la sorte dei ribelli, a parole; a Goma disperano che alle parole seguano i fatti, e si metta fine una volta per tutte alle violenze.

I Cinesi, intanto, sono già al lavoro per progettare le nuove vie che uniranno Kinshasa al resto del Paese. Un domani, grazie ai freschi proprietari delle miniere del Congo, le truppe governative potranno intervenire rapidamente anche in Kivu, e sedare qualsiasi ribellione, nel caso questa guerra dovesse durare altri 5 anni. Cristiano Arienti per e-potion